Che cosa sono?

L’atleta, lo studioso, la brava bambina, il bambino agitato o quello tranquillo, il responsabile e tanti altri … Socialmente attribuiamo alcune caratteristiche alle persone che ci circondano e anche ai bambini e alle bambine, per spiegarne i loro comportamenti, evidenziare caratteristiche o mettere in risalto le abilità.

Le etichette corrispondono al processo mediante il quale la società crea descrittori per identificare le persone che si discostano dalla norma. L’etichetta porta con sé l’aspettativa che i bambini e le bambine si comporteranno proprio in quel modo e con quelle caratteristiche che sono state date loro.

L’approccio teorico legato a questo problema è quello della profezia che si autoavvera (Merton 1971) e ripresa e approfondita da Paul Watzlawick (1971). La profezia che si autoavvera è un vero pericolo nell’educazione e nell’insegnamento poichè influisce sulla costruzione dell’identità e sul senso del sè. Essa è sostanzialmente una predizione che si realizza solo per il semplice fatto di essere stata espressa. Predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione (o l’etichetta in questo caso) genera l’evento, e l’evento verifica la predizione.

I bambini o le bambine che ricevono dalle figure di riferimento questi feedback reiterati sulla loro personalità, o sulle loro capacità di apprendimento tenderanno a confermare le qualificazioni, adattando il loro comportamento e le loro azioni alle qualificazioni stesse e come in un circolo vizioso, l’adulto o l’insegnante, interpreterà a sua volta ancora i comportamenti secondo l’etichetta.

Ma perché avviene questo?

Dal punto di vista dell’adulto emerge il bisogno di trovare la causa, spiegare e dare un senso a comportamenti che non comprendiamo. I bambini hanno bisogno di essere “visti”, riconosciuti e apprezzati dai genitori e dalle figure di riferimento per cui tenderanno a conformare e adattare i loro comportamenti e le loro azioni per non disconfermare quelle dell’adulto. Tuttavia a livello educativo più importante del perché è forse il che cosa.

Che cosa possiamo fare per evitare la trappola di definire i bambini e le bambine?

Un buon approccio può essere quello di cambiare lo sguardo sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Facciamo l’esercizio di osservare tutto il loro essere e gli aspetti del loro carattere: le cose che sanno fare, quelle che potrebbero saper fare ma nel quale hanno bisogno di essere supportati, il loro umorismo, i loro attimi di quiete, la loro capacità di osservare e di restituirci perle di infinita saggezza. Questo esercizio deve essere costante, quotidiano e disponibile a modificarsi per poter aprire lo sguardo ad un modo diverso di guardarli. Un modo più autentico perché lascia loro la liberta di esprimere tutte le dimensioni della loro personalità e che non li ingabbia nelle nostre definizioni.

Ma se le etichette sono “positive” qual è il pericolo?

“Sei una brava bambina, sei una bambina tranquilla”, “sei un bambino studioso”, sei un bambino forte”, sono affermazioni in positivo che comunque portano con sé tratti di pericolosità o rischio. In queste qualificazioni l’amore dei genitori sembra essere subordinato all’essere bravi (che poi cosa significa bravi?), tranquilli ecc.. Esse trasmettono implicitamente al bambino la condizione di “essere amati se …” che può tradursi in una pericolosissima posizione esistenziale: “vado bene solo se” (sono brava, tranquilla, studioso, forte ecc.). Questo messaggio diventa un condizionamento forte per il bambino o la bambina che faranno di tutto pur di non rischiare di perdere amore e accettazione, sacrificando inevitabilmente parti di sé e della propria personalità.

Possiamo migliorare?

Il bello dell’educazione è che si può sempre “aggiustare il tiro”, ricordiamoci che l’importante non è essere perfetti ma essere “sufficientemente buoni” (Bettelelheim). Proviamo a focalizzarci sui comportamenti e non sulle caratteristiche della personalità, usiamo modalità descrittive e contestualizzate per parlare con loro e di loro davanti agli altri.

Nella mia esperienza di educatrice, formatrice e mamma ho potuto raccogliere una gran quantità di “qualificazioni” che bene o male vengono utilizzate nel quotidiano, ma che è bene utilizzare il minor numero di volte possibili. Di seguito una breve rassegna esemplificativa che sono sicura potrebbe essere ampliata con altri esempi. Ho inserito le definizioni in prima e in terza persona per evidenziare quanto sia importante evitare non solo le affermazioni dirette verso i bambini ma anche quelle che “raccontano” di loro ad altri poiché hanno l’effetto di contribuire alla creazione della stessa narrazione.

Un ultima nota per evidenziare la pericolosità di affermazioni o parole, frasi assolutizzanti che vanno a rimarcare ulteriormente i concetti e per questo hanno un effetto ancora più mortificante sui bambini e sulle bambine (in neretto).

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